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Non essendoci pervenute tracce scritte, possiamo interpretare gli eventi relativi alle civiltà preclassiche solamente attraverso i manufatti o le modificazioni dell’ambiente naturale. Gli studiosi sono d’accordo nel ritenere che le manifestazioni artistiche fondano i valori formali arcaici e che questi persistono anche in civiltà successive. In tal senso non ci si può riferire alla prima età della pietra senza considerarne l’arte.
Una delle più realistiche espressioni d’arte rupestre del paleolitico superiore è quella costituita dalle incisioni parietali preistoriche, raffiguranti scene rituali o di iniziazione, ritrovate nelle grotte dell’Addaura, presso Palermo; in cavità naturali come quelle dell'Addaura, l'uomo trova riparo, celebra i primi riti propiziatori, seppellisce i sui morti e disegna graffiti dal significato magico e augurale. Al paleolitico inferiore risalgono arnesi in pietra scheggiata, scoperti ad Agrigento nel 1968. Si tratta di ciottoli scheggiati su una faccia a forma di mezzaluna o di bifronti semplici. Questi oggetti si trovano in abbondanza nell'Africa del nord, sede di importanti esempi di arte cavernicola.
Nel 1950, la grotta della Cava dei Genovesi, nelle Egadi, ha rivelato interessanti disegni di animali incisi e curiose figure antropomorfe stilizzate, dipinte in nero.
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La vita nell’età neolitica risale in media all’VIII millennio a.C. e si esprime, per la prima volta, nell’indipendenza dell’uomo dalla natura. L'uomo, infatti, non vive più dei frutti spontanei della caccia, della raccolta o della pesca ma elaborera la domesticazione, l’allevamento del bestiame e l’agricoltura. Tra le conquiste culturali di maggiore rilievo c'è la navigazione, la lavorazione della ceramica e la tessitura.
I primi insediamenti neolitici dell’area mediterranea sono individuati nelle regioni del Medio Oriente e nel basso corso del Nilo, da cui si sono diffuse, in seguito, varie correnti culturali verso l’Occidente.
In Sicilia, così come in Liguria e in Puglia, l'età neolitica ha generato la cultura della ceramica impressa: lo testimoniano siti archeologici noti come, ad esempio, Stentinello, San Cono e Villafrati. In particolare Stentinello deriva il suo nome deriva da un villaggio fortificato situato 5 km a nord di Siracusa, in cui si trovano resti di capanne a pianta rettangolare, vasi di terracotta decorati a impressione (con il punzone o con l’unghia) e utensili litici di selce, basalto e ossidiana.
Non mancano ulteriori resti di civiltà neolitica a Matrensa e Megara Hyblea. |
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Verso il 2500 a.C. appare in Europa occidentale il primo metallo, il rame, che l’uomo fuse con lo stagno ottenendo il bronzo. Con l’età del bronzo si entra nella protostoria, cioè nel periodo di transizione compreso tra i tempi storici e quelli preistorici. Nella Protostoria si elaborano le prime documentazini scritte; a partire da queste documentazioni ricaviamo i limiti cronologici, che variano in relazione ai diversi paesi: nell'Europa occidentale la protostoria coincide con la prima età del ferro.
Gli scavi stratigrafici di Chiusazza, vicino Siracusa, hanno portato alla luce manufatti in ceramica dell’età del rame; questa ceramica è stata classificata in diversi tipi i più antichi dei quali sono anteriori al protoelladico greco e si apparentano ai tipi tardivi del neolitico nella Grecia continentale. La ceramica dei bellissimi vasi monocromi rossi, semi ovoidali di Malpasso, e quella del fiaschetto a collo alto di Monte Sant’Ippolito, si fa risalire ad un tipo noto a Cipro, della prima età anatolica del bronzo.
Durante l’età del bronzo si fa sempre più imponente in Sicilia l’influenza della civiltà micenea, allora nel suo primo sviluppo marittimo ed espansionistico. Appartengono a questo periodo le tombe scavate nella roccia, con ampia cella preceduta da un vano di accesso, rinvenute a Pantalica, a Monte Sant’Ippolito, a Castelluccio e a Cassibile.
L'abbondanza dei reperti ritrovati permette di stabilire una cronologia relativamente precisa. Favorite dalla vicinanza dello Stretto di Messina e dall'esperienza dei propri marinai, le Isole Eolie vivono una brillante rinascita. Negli strati di Capo Graziano (Filicudi) si trovano prodotti egei appartenenti alla fine dell'elladico medio (1580 - 1550) e al miceneo (1550 - 1400 a.C.); si tratta di ceramiche ad impasto piuttosto grossolano, ornate di linee incise e punti, derivate da un prototipo dell'elladico medio del Peloponneso (plimia). Nella stessa zona si trovano armi ed attrezzi di pietra, stampi per oggetti di bronzo e fusi che attestano l'uso della filatura e della tessitura.
In Sicilia, la civiltà detta di Castelluccio sembra contemporanea all'elladico medio e recente (1800 - 1400 a.C.).
Rinvenimenti risalenti alla civiltà di Castelluccio sono le tombe che si presentano come piccole celle arrotondate aperte verso l'esterno da una finestrella che dà su un pozzetto o su una specie di edicola, e chiusa da una lastra, talvolta scolpita con decorazioni a spirale.
Arricchiscono il decoro funerario trovato all'interno di queste tombe, lame in ossidiana, asce in basalto, armi in pietra e statuette sacre.
L’unico esempio di stazione mesolitica,fatta eccezione per la Grotta di Corruggi di Pachino, è il Riparo Sperlinga di San Basilio nel Comune di Novara di Sicilia, una balza rocciosa di natura calcarea che , con i vertigionosi strapiombi, gli ingrottamenti, le frane, crea una suggestiva scenografia che da sola richiama alla mente immagini ancestrali di vita preistorica. E’ proprio in uno dei tre ripari che si aprono ai piedi della balza rocciosa, trovò rifugio un gruppo di cacciatori raccoglitori del mesolitico. Questo termine, che vuol dire età della pietra di mezzo, coniato dagli studiosi per dividere il paleolitico, età della pietra antica, dal neolitico, età della pietra nuova, indica un modo di vita, portato avanti da piccoli gruppi umani, basato esclusivamente sulla caccia, la pesca e la raccolta. E’ un momento particolare che nella nostra penisola va grosso modo dall’8000 al 6000 A.C. Maturano quelle condizioni che, subito dopo, nel neolitico, con l’introduzione da parte di genti venute dal bacino del Medieterraneo e dai territori Danubiani, e della pietra levigata, hanno costituito la prima vera rivoluzione della storia dell’avventura umana.
Nel Paleolitico era preponderante un grosso armamentario litico, nel mesolitico, invece, si verifica un radicale cambiamento nella produzione passando a forme di microlitismo, ossia piccoli strumenti in selce con forme geometriche a trapezi, semilune e triangoli sicuramente immanicati in legni che non si sono conservati. Evidentemente il mutamento delle condizioni climatiche ed ambientali che portò alla scomparsa dei grandi rappresentanti della fauna del pleistocene ( primo periodo dell’era Quaternaria che termina col paleolitico superiore intorno agli 8.000 anni A.C.) obbligò questi gruppi di cacciatori ad adattarsi agli animali di piccola e media taglia, modificando e riducendo le armi di pietra,e, dal punto di vista alimentare, disdegnare meno pesci, molluschi e piante acquatiche. Il ritiro verso nord dei ghiacciai dell’ultima glaciazione, agevolò la penetrazione dei gruppi umani nelle zone dell’Europa Centrale e Settentrionale, luoghi dove i cacciatori paleolitici si adattarono creando il modello di vita mesolitico. Questo stadio è stato riconosciuto anche in Italia.
Per la Sicilia è proprio il Riparo della Sperlinga di S.Basilio che ha dato vita alla ricognizione del mesolitico siciliano. L’esistenza del Riparo fu segnalata al Soprintendente Bernabò-Brea dall’ispettore onorario di Milazzo Ing. Domencio Ryolo di maria, fin dal giugno del 1942. Gli eventi bellici impedirono che alla ricognizione potessero seguire scavi sistematici che avvennero nel maggio del 1951 ad opera dello stesso Bernabò-Brea. I risultati dello scavo, anche se ne diede notizia nel suo libro “ La Sicilia prima dei greci” ed in altre opere di carattere generale sulla preistoria della Sicilia, restarono inediti fino al 1971, anno in cui Madalein Cavalier ( Museo Archeologico di Lipari), per incarico dello stesso, riprese in esame i materiali, con la collaborazione di Italo Biddittu ( Istituto Italiano di paleontologia Umana di Roma) per l’industria litica e per i livelli paleolitici, pubblicando l’interessante studio sul Bollettino di paleontologia italiana, Nuova Serie XXII, vol. 80, 1971- Roma. Grazie, quindi, all’esame dei reperti, dei giornali di scavo e della documentazione grafica fatta allora, gli studiosi hanno ricostruito un momento importante della preistoria siciliana individuando il chiaro passaggio dal mesolitico al neolitico, cosa ripetuta per la Sicilia solo con gli scavi della Grotta dell’Uzzo in provincia di Trapani eseguiti da S.Tusa, m. Piperno e A.Segre dal 1975 in poi.
Per lo scavo fu prescelto il terzo riparo sia perché è più ampio ( è infatti lungo circa metri 16, largo 5,50 metri) e sia perché, aprendosi ad est nord-est riceve più sole; inoltre, l’aggetto della parete è abbastanza forte e tale da offrire un completo riparo dalla pioggia.
La trincea che ebbe la forma di un rettangolo misurante m. 6,50 di lunghezza per m. 3.70 di larghezza e profonda m. 2 circa, permise di riconoscere quattro strati partendo dalla superficie:
§ Il primo strato ( età dei metalli:Bronzo) conteneva ceramicha di impasto grossolano a pareti spesse, simile a quelle degli orizzonti siciliani di Serraferlicchio, di Sant’Ippolito e della Chiusazza, con frammenti che indicano forme a fruttiere al alto piede traforato, pentoloni, grosse pathos ed oggetti fittili quali sette pesi di forma piramidale attraversati da una perforazione presso l’estremità superiore.Erano altresì presenti 49 strumenti litici,29 di ossidiana, 19 in selce ed uno di quarzite.
§ Il secondo strato ( neolitico finale) conteneva ceramica tipica delle fasi finali della cultura di Diana anche se, alla Sperlinga, manca quella ceramica a superificie monocroma rosso-viva o, nelle fasi più tarde, rosso-violacea, che nella facies eoliana del neolitico superiore è una delle caratteristiche più spiccate. I frammenti indicano ciotole, scodelle, sempre bel levigate, tazze, bicchieri ora cilindrici ora alquanto piriformi. E’ presente l’industria dell’osso con due punteruoli riacavati da due metacarpali o metatarsali bovini, ed uno ricavato da una costola, punta di freccia interamente levigata. Gli strumento litici erano 120: 56 in ossidiana, 27 in selce , 6 in quarzite ed indicano più un’ attività di caccia che agricola. Furono rinvenuti anche resti di un cranio umano e senza traccia di altri elementi dello scheletro, chiazze carboniose che denunciavano, così la esistenza di focolari.
§ Il terzo strato, privo di ceramica, era ricco di industria litica( 157) di tipo epipaleolitico che veniva a mancare nelle zone più a sud della trincea aperta.Proprio questo livello fa da limite tra il mesolitico ed il neolitico che si adagia direttamente sullo strato sterile che ricopriva la roccia, o sui grossi massi calcarei.probabilmente la massima frequentazione del riparo si ebbe in questo momento; la maggior parte dei resti attribuiti al cervo ed al cinghiale dimostrano un ambiente prevalentemente selvoso adatto alla caccia con armi da getto.
§ Il quarto strato si dimostrò sterile anche di industria litica, con grandi massi calcarei.
Con l’asportazione degli strati superiori a ceramica venne in luce , sulla parte nord, una serie di incisioni costituite da tratti verticali dovuti alle genti che frequentavano il riparo nel paleolitico superiore.
I resti faunistici ( studiati da P.Cassoli dell’istituto italiano di paleontologia Umana di Roma) dei primi due livelli indicano la predominanza di cinghiali e cervi seguiti dai resti di pecora o capra , infine bue, gatto selvatico e volpe. Nei due livelli inferiori si rinvennero anche resti di capriolo e di equus ( asino selvatico).
Dallo studio dei reperti rinvenuti si è ritenuto che il sito documenti un luogo di sosta per la caccia. La Madalein Cavalier, infatti, così conclude lo studio “ Il riparo della Sperlinga presenta testimonianze di frequentazione umana attraverso un lunghissimo periodo. Queste testimonianze, peraltro, sono alquanto frammentarie e discontinue e tutto sommato rappresentate da un materiale piuttosto scarso anche per i livelli più ricchi. Ciò fa pensare piuttosto che ad una abitazione stabile nella grotta, ad una frequentazione stagionale, per battute di caccia tribale nei fitti boschi che nell’antichità dovevano rivestire i Peloritani ed i Nebrodi e di cui i boschi di Caronia e di S. Fratello sono gli ultimi residui.
Il riparo è d’altronde ad una quota notevolmente elevata sul livello del mare ( tra i 600 ed i 700 metri) con una esposizione non del tutto favorevole e quindi doveva prestarsi male per la rigidità del clima, ad un soggiorno invernale. E’ probabile che esso fosse frequentato nei mesi estivi da gente che risiedeva stabilmente più vicino alla costa”.
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L. BERNABO’ BREA – La Sicilia prima dei greci- Il Saggiatore-Milano 1958
ITALO BIDDITTU - Considerazioni sull’industria litica e la fauna del Riparo della
Sperlinga di S.basilio, Bollettino di Paleontologia Italiana
- Nuova serie XXIII, vol. 80- Roma 1971
MADALEIN CAVALIER – Il riparo della Sperlinga di S.Basilio (Novara di Sicilia)
Bullettino di Paletnologia Italiana, Nuova serie XXII,
vol. 80, Roma 1971
SEBASTIANO TUSA La Sicilia nella Preistoria- Sellerio Editore Palermo 1983
Tratto anche da una ricerca fatta da Nino Galofaro nel riparo di Sperlinga.
Ricerca di Davide Di Pietro dell’istituto Liceo Scientifico “Enrico Medi” di Barcellona Pozzo di Gotto (Me)
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Con Decreto del Dirigente Generale del Dipartimento regionale dei BB.CC.AA. ED E.P. n.
5795 del 23/05/2001, l’Assessorato Regionale BB.CC. AA. E P.I. ha sottoposto a vincolo archeologico il sito di Sperlinga per le ragioni esposte nella relazione tecnica allegata al suddetto decreto a firma della Dottoressa Gabriella Tigano- Dirigente Tecnico Archeologico della Soprintendenza dei BB.CC.AA. di Messina , che di seguito si trascrive:
“ Tra i siti della provincia di Messina più interessanti sotto il profilo paleontologico un posto di rilievo occupa senza dubbio la c.d. Sperlinga di San basilio nel Comune di Novara di Sicilia, la cui conoscenza, nel campo della letteratura archelogica, è legata al nome di Luigi Bernabò Brea che condusse, negli anni cinquanta, una breve ma fortunata campagna. Il Monte S.Basilio, a crica m. 300 dall’abitato moderno, si caratterizza per una serie di ripari che si susseguono al piede di una balza rocciosa che interrompe il pendio, altrimenti quasi a parte verticale. Si tratta di una balza assai scenografica, in netta pendenza N/S, con pareti di roccia a tratti quasi verticali alle quali spesso di addossano enormi massi, residuo di antiche frane e alle cui pendici si sviluppa una vegetazione lussureggiante di querce, castagni e più a valle, di arbusti tipici della macchia mediterranea.
Dei tre ampi ripari esistenti al piede della balza solo uno- quello che si apre a est/nord est e riceve quindi più sole , offrendo all’uomo miglio ricovero- fu oggetto di indagine.
Al suo interno, una trincea di forma rettangolare ( m. 6.50 x3.50-3.70) opportunamente aperta nella zona sgombra da frane, consentì agli autori dello scavo di raccogliere evidenze sufficienti per definire i vari e distinti momenti di utilizzazione del riparo nel corso dei secoli.
Va sottolineato che trattandosi di un riparo, e non di una grotta, il sito fu frequentato in epoche diverse, probabilmente in relazione con battute di caccia stagionali da parte di gruppi di cacciatori che risiedevano stabilmente vicino alla costa.
I frammenti ceramici raccolti in rapporto ai livelli stratigraficamente sovrapposti e l’abbondante industria litica restituita dal deposito più profondo, a contatto del banco roccioso naturale, consentirono di riconoscere almeno tre momenti di frequentazione del sito risalenti:
1- all’età del rame ( ceramica grezza confrontabile con gli orizzonti siciliani di Serraferlicchio e della Chiusura e con quelli eoliani di Piano Quartana);
2- Ad un momento evoluto dell’età neolitica ( ceramica tipica della fasi finali della cultura di Diana);
3- Al paleolitico superiore (facies epigravettiana con geometrici) e al mesolitico.
Si tratta quindi di un sito di notevole interesse soprattutto per la conoscenza del popolamento della Sicilia alla fine dell’ultimo glaciale ( ancora più importante se si tiene presente che la ricerca condotta ha interessato solo una parte del deposito), periodo che vede in generale un aumento dei gruppi stanziali di cacciatori.
Per quanto attiene invece i livelli più recenti, caratterizzati da ceramica, nonostante l’esiguità dei reperti raccolti con lo scavo, va sottolineato che l’indagine condotta dalla Sperlinga ha offerto un non piccolo contributo per la successione delle culture preistoriche tra il neolitico e l’età del rame, confermando la seriazione cronologica dell’acropoli di Lipari anche sulla terra ferma.
Alla luce di quanto sopra, considerato il grande interesse che tutto il complesso riveste sotto il profilo scientifico, considerato che il deposito risulta ancora in gran parte da indagare e che si ritiene di doverne garantire la tutela anche per una possibile fruizione, data la particolare suggestione del sito, peraltro già sottoposto a tutela sotto l’aspetto paesistico ( D.A. 70021/VI BC del 12/08/1997) si chiede di voler vincolare ai sensi dell’art. 2, 6 e 8 del D.L.vo n. 490 del 29/10/1999, l’area indicata in rosso nella planimetria allegata, corrispondente appunto alla balza rocciosa interessata dai ripari”.
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