

Ancora loro, Mario Bertolami, Renato Buemi e Michele Truscello, si sono aggiudicati il 13° torneo di maiorchino, vero campionato mondiale, organizzato dal Circolo Olimpia di Novara di Sicilia e sponsorizzato dal GAL Alcantara e dal Comune di Novara di Sicilia.La manifestazione giunta alla 13^ edizione, iniziata il 4 febbraio, si è conclusa il martedì 27 con la rituale "sagra del maiorchino" organizzata, in modo impeccabile, dal Circolo Olimpia nell'artistica piazza M. Bertolami con degustazione di ricotta, tuma, maiorchino e, dulcis in fundo, con una mega maccheronata al sugo di carne di maiale imbiancata da abbondante maiorchino, tipico formaggio pecorino del posto.Quest'anno al torneo hanno partecipato sedici squadre, ognuna formata da tre componenti, le quali si sono date battaglia lungo il percorso cittadino che va dall'inizio della via Duomo al traguardo del piano don Michele (da cantuèa da chiazza a sarva du chièu don Michèri).Le gare sono state caratterizzate da numerosi colpi di scena, da recuperi impossibili, da tiri che in alcune gare hanno rasentato la perfezione, da lanci mirati a raggiungere i posti più strategici per effettuare quelli successivi e da . tanta, ma tanta fortuna.
"I ghemmi, guardèmmu, boru tiràu, a cattafuccàu, si cuglìu, si ni niscìu i to lazzu, mèttici du giri i lazzàda, mèttici u strittu p'a cariètta, portimìlla a chiappa i Garbadu, . sarvàu". Quante imprecazioni, quanti momenti di esaltazione!Infine, la finalissima fra le due squadre che dopo i gironi eliminatori erano giunte all'ultimo confronto. Le squadre "du Billìcchiu" (Bartolotta Salvatore - Bartolotta Giuseppe - Bertolami Sergio) e "di Lièzza" (Bertolami Mario - Buemi Renato -Truscello Michele) non sono venute meno alla tradizione. Amici tra di loro ma acerrimi nemici nello scontro finale, si sono dati battaglia fino . all'urtimu corpu (ultimo lancio). E così è stato. In una cornice di pubblico delle grandi occasioni, festante e rumoroso, tifoso e curioso, la gara si è conclusa proprio all'ultimo lancio, sul fino di lama . e la grande esperienza di Mario Bertolami, aiutata dalla dea bendata, ha avuto ancora una volta la meglio. 27 febbraio 2001.
Munto il latte dalle pecore, si filtra e si versa in un grosso recipiente di rame (codàra), si pone sul fuoco a legna e si porta alla temperatura di circa 60° C. Raggiunta questa temperatura si toglie dal fuoco e si versa il “caglio”, precedentemente sciolto in acqua tiepida e colato, si mesce il tutto e si copre il recipiente con una pelle di pecora. Dopo circa un’ora, tempo necessario per coagulare, si scopre il recipiente e con un arnese di legno dalla forma caratteristica detto “brocca”, si mescola la sostanza coagulata, detta “quagliata”, fino a ridurla a finissime particelle. Quindi si mette sul fuoco e, sempre mescolando, si porta alla temperatura di circa 100° C.Fatto ciò, si toglie nuovamente dal fuoco, si poggia il recipiente inclinato leggermente su un lato e si aspetta per circa venti minuti affinché avvenga la decantazione della particelle e si abbassi un po’ la temperatura per poter effettuare le successive fasi della lavorazione. Scesa la temperatura intorno ai 50° C., si introducono le mani nel contenuto del recipiente e con movimenti opportuni si forma un unico corpo di tutte le sostanze coagulate.Quindi si estrae il tutto, ponendolo in una forma circolare di legno, non di giunco, detta “gàrbua”, poggiata su un piano di legno orizzontale detto “mastrello”, si plasma la forma con le mani, con l’accorgimento di non creare crepe o pieghe, contemporaneamente bucherellando il prodotto con una sottile asta di legno e premendo con le mani, si fa uscire gran parte del liquido detto “acciada”. Il prodotto così lavorato è pronto per essere portato nei magazzini per la stagionatura. Dopo ventiquattro ore circa il “formaggio”, ancora tenero, viene tolto dalla forma e posto su ripiani di legno usando tutte le precauzioni per non deformarlo. Dopo un paio di giorni, quando il formaggio è lievitato, si cosparge da un lato con sale “marino” grosso, ogni tre giorni circa si ribalta e si cosparge dall’altro lato, per un periodo che va dai 20 ai 30 giorni a secondo della dimensione della “forma”.Superata questa fase, si passa alla pulitura e strofinatura periodica del “formaggio” per circa due mesi, usando l’accortezza di non poggiarlo sempre dallo stesso lato. Dal terzo mese si effettua periodicamente “l’oliatura” spalmando dolcemente, con la mano, piccole quantità di olio di oliva su tutta la forma. Una buona “maiorchina” si ottiene dopo circa otto mesi di stagionatura. Il peso medio della “classica maiorchina” deve essere dai 10 kg. ai 12 kg., con uno spessore di 10 – 12 cm. e con un diametro intorno ai 35 cm. Al taglio il prodotto si presenta compatto e omogeneo ma, allo stesso tempo, morbido con un suo colore caratteristico che va sul giallo.